Paketsteuer 2026: 36 istituzioni criticano la tassa da 2 | quotidiano360
Paketsteuer, valanga di critiche: “Discrimina l’estero e danneggia l’economia”
VIENNA — La consultazione pubblica sulla controversa tassa sui pacchi da due euro si è conclusa tra forti opposizioni.
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Summary
La fase di consultazione sulla “Paketsteuer” austriaca si è chiusa con 36 pareri istituzionali e 65 di privati cittadini, in gran parte critici. Colossi come Amazon e Zalando denunciano una “discriminazione di fatto” e paventano ricorsi legali, mentre il governo stima un gettito di 280 milioni di euro.
VIENNA — La consultazione pubblica sulla controversa tassa sui pacchi da due euro si è conclusa tra forti opposizioni.
VIENNA — La proposta di legge del governo austriaco per l’introduzione di una tassa sui pacchi del valore di due euro ha raccolto una valanga di critiche durante la fase di consultazione pubblica, con pesanti accuse di incostituzionalità, violazione del diritto comunitario e danni economici. La cosiddetta “Paketsteuer”, voluta dalla coalizione di governo formata da ÖVP, SPÖ e NEOS, dovrebbe entrare in vigore il primo ottobre e colpire i grandi commercianti online con un fatturato annuo superiore ai 100 milioni di euro.
La misura, pensata per finanziare un contestuale taglio dell’IVA su alcuni generi alimentari di base, ha visto schierarsi contro la quasi totalità degli attori del commercio elettronico. Secondo i dati emersi, sono pervenute al Parlamento 36 prese di posizione da parte di istituzioni e 65 dichiarazioni di privati cittadini, la maggior parte delle quali di tenore fortemente negativo.
Le accuse dei giganti dell’e-commerce: “Discriminazione di fatto”
Il fronte del “no” è guidato dai grandi marketplace internazionali. Amazon ha parlato esplicitamente di “discriminazione di fatto” nei confronti dei venditori esteri. Nella sua memoria difensiva, il colosso americano ha sottolineato come 14 dei 15 commercianti online soggetti alla nuova imposta abbiano sede all’estero, e come a questi sarebbe riconducibile circa il 98 percento del gettito fiscale previsto. La soglia di fatturato di 100 milioni di euro, secondo Amazon, crea una barriera che avvantaggia indebitamente gli operatori nazionali.
Anche Zalando non ha usato mezzi termini, definendo la tassa un “boomerang economico”. L’azienda tedesca ha argomentato che l’imposta si rivelerà controproducente per l’intero sistema-Paese e che modelli di business come il proprio marketplace verrebbero discriminati. Il portavoce di Otto, dal canto suo, non ha nascosto la propria irritazione, dichiarando:
“Wir werden aber rechtlich gegen das Gesetz vorgehen und beim Verfassungsgerichtshof bzw. Europäischen Gerichtshof dagegen klagen”, kündigte Gutschi an.
Il manager ha aggiunto di essere “incredibilmente arrabbiato e senza parole per la politica”. La società ha già commissionato un parere legale allo studio Dorda Rechtsanwälte, che bolla la bozza di legge come “plurima violazione della costituzione e del diritto dell’Unione”.
I moniti dell’economia: inflazione, burocrazia e perdita di posti di lavoro
Le critiche non si limitano agli aspetti legali. Il Handelsverband, l’associazione del commercio austriaca, ha chiesto a gran voce di fermare questo “azzardo solitario nazionale”. L’amministratore delegato Rainer Will ha dipinto un quadro a tinte fosche delle conseguenze economiche:
“Die Abgabe werde ‘die Preise im E-Commerce erhöhen, durch die Meldepflichten weitere Bürokratie erzeugen und zusätzlichen Inflationsdruck erzeugen, der gegen die geplante Entlastung bei Grundnahrungsmitteln durch die Mehrwertsteuerhalbierung wirkt’, so Geschäftsführer Rainer Will.”
Will ha inoltre avvertito che “i danni economici per il Paese sono del tutto sproporzionati rispetto alle maggiori entrate attese dallo Stato”.
Le stime economiche indipendenti citate durante la consultazione dipingono uno scenario preoccupante. Se da un lato il Ministero delle Finanze prevede un gettito annuo di 280 milioni di euro, dall’altro si calcola che la conseguente perdita di potere d’acquisto potrebbe ridurre il prodotto regionale lordo fino a 299 milioni di euro. Il valore aggiunto lordo scenderebbe fino a 238 milioni di euro all’anno, con una perdita stimata di posti di lavoro fino a 1.900 unità equivalenti a tempo pieno. La stessa Posta austriaca, nella sua memoria, ha scritto di aspettarsi “un effetto frenante” sul volume dei pacchi, aggiungendo che vi sono “preoccupazioni di diritto europeo” e il timore di “un danno d’immagine” per la piazza economica nazionale.
Le voci critiche dal mondo delle PMI e del commercio tradizionale
L’impatto della tassa non si limiterebbe ai colossi esteri, ma si riverserebbe a cascata su migliaia di piccole e medie imprese (PMI) austriache che vendono tramite queste piattaforme. Si stima che oltre 4.000 PMI austriache che operano su marketplace come Amazon sarebbero toccate dalla misura. Lukas Grubauer, responsabile delle vendite online per l’azienda di bevande Waterdrop, ha spiegato la difficile situazione: “Il commercio ha margini ridotti, non è facile ammortizzare un costo del genere”. Un’imposta fissa di 2 euro, applicata indistintamente a ordini da 5 o 500 euro, avrà inevitabili ripercussioni su clienti e aziende, riducendo la competitività digitale del Paese.
Anche dal cuore del commercio al dettaglio tradizionale si levano voci di preoccupazione. Sulla Mariahilfer Straße di Vienna, un negozio storico di cappelli che realizza quasi il 20 percento del suo fatturato online ha espresso il proprio disappunto. La proprietaria ha dichiarato:
“Auf der einen Seite versuche die Politik, die Inflation gering zu halten, auf der anderen Seite werde sie mit einer neuen Steuer hochgetrieben: ‘Im Endeffekt wird die Paketsteuer die Konsumenten treffen.’ Dem Standort erweise man damit keinen guten Dienst.”
E ha concluso con un auspicio: “Spero che il governo abbandoni questa idea”. La sua testimonianza conferma la tesi dell’associazione di categoria, secondo cui “quasi nessuna azienda” opera più attraverso un unico canale di vendita.
I (pochi) sostenitori e le questioni aperte
Nonostante il coro di critiche, la Paketsteuer ha raccolto alcuni, seppur limitati, consensi. L’organizzazione ambientalista Global 2000 e il Verkehrsclub Österreich (VCÖ) hanno accolto con favore l’idea di tassare il volume in rapida crescita dei pacchi dell’e-commerce, citando l’enorme “marea di rifiuti” generata dal settore. Anche l’Austrian Council of Shopping Places (ACSP), che rappresenta i proprietari di centri commerciali, ha parlato di “un primo importante passo verso una maggiore parità di condizioni” rispetto ai “fornitori online globali”. Sulla stessa linea, Walter Weber, presidente dell’associazione di categoria del libro e dei media della WKO, ha definito la tassa “non male”, vedendola come uno “strumento sensato” per sostenere il commercio fisso in Austria.
Tuttavia, anche tra chi ne condivide lo spirito, non mancano le perplessità. La Federazione dei sindacati (ÖGB) ha approvato l’obiettivo di tassare “in modo equo” le piattaforme low-cost di Paesi terzi, ma ha criticato la scelta di non limitare l’imposta alle sole spedizioni provenienti da quegli Stati. Inoltre, il Ministero dell’Economia ha sollevato dubbi sostanziali sull’applicabilità pratica della norma. Nella sua memoria, il dicastero ha evidenziato che permangono “questioni interpretative ed esecutive aperte” riguardo alla nascita dell’obbligazione tributaria, in particolare su come gestire resi, annullamenti di contratti e spedizioni sostitutive.
La strada verso il ricorso legale
Con la fine della fase di consultazione, lo scontro si