Kinshasa, 11 agosto 2026
Nell'est della Repubblica Democratica del Congo dall'inizio dell'anno sono morte più di 2.000 persone a causa di Ebola, come ha comunicato l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); l'epidemia raggiunge così una dimensione che supera la più grave finora documentata, ovvero quella dell'Africa occidentale tra il 2014 e il 2016.
La Repubblica Democratica del Congo sta vivendo, secondo l'OMS, la più letale epidemia di Ebola nella storia documentata del Paese. Il numero delle vittime ha superato la soglia di 2.000, ha reso noto l'OMS. Anche il numero dei casi segnalati continua a salire; i soccorritori mettono in guardia da una situazione in peggioramento nelle province colpite.
Secondo la valutazione di Jean Kaseya, la dinamica nelle prime dodici settimane dell'epidemia attuale è preoccupante: „Jean Kaseya ... hatte erst vor wenigen Tagen betont, die Zahl der Erkrankten und Verstorbenen in den ersten zwölf Wochen des Ausbruchs sei achtmal beziehungsweise mehr als sechsmal so hoch wie im gleichen Zeitraum in dem bisher schwersten Ausbruch in Westafrika in den Jahren 2014 bis 2016." Il tasso di casi e di mortalità è quindi nettamente superiore rispetto a quello di allora.
Province colpite e situazione della sicurezza
Le province particolarmente colpite sono quelle del Nord-Kivu, Sud-Kivu e Ituri, nell'est del Paese. In queste zone i conflitti armati e l'attività della milizia terroristica Stato Islamico ostacolano l'accesso degli operatori sanitari. Diversi centri di cura hanno dovuto temporaneamente chiudere o ridurre l'attività perché il personale e i pazienti non potevano essere raggiunti in sicurezza, secondo l'OMS.
L'OMS, in coordinamento con le autorità congolesi, ha mobilitato squadre internazionali di emergenza. Si vaccina con il vaccino Ervebo, già impiegato in epidemie precedenti. Tuttavia la campagna vaccinale nelle aree insicure procede a rilento, hanno spiegato i soccorritori sul posto; il tracciamento dei contatti e le sepolture sicure sono difficili da realizzare in queste condizioni.
Vaccinazioni e aiuti internazionali
Oltre alle misure mediche, le équipe di sensibilizzazione cercano di contrastare voci e sfiducia nelle comunità. I gruppi di popolazione devono essere informati su sintomi, modalità di trasmissione e benefici della vaccinazione, sottolinea l'OMS. I comitati sanitari locali e le strutture ecclesiali sono partner centrali in questo lavoro.
Anche i Paesi vicini si stanno preparando a una possibile diffusione. Burundi, Ruanda e Uganda hanno rafforzato le misure di screening ai valichi di frontiera e attivato i piani di emergenza, secondo l'OMS. L'Africa CDC coordina la sorveglianza transfrontaliera; l'individuazione tempestiva dei casi sospetti è decisiva, afferma Kaseya.
Paesi vicini e finanziamenti
I donatori internazionali hanno stanziato fondi aggiuntivi, tra cui Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito. Allo stesso tempo, le organizzazioni umanitarie avvertono che i finanziamenti finora non sono sufficienti a contenere l'epidemia nelle prossime settimane. I fondi per le emergenze devono essere incrementati.
Le origini dell'epidemia attuale risalgono, secondo l'OMS, a un'infezione nella regione di Bulambao, nella provincia del Sud-Kivu. Da lì il virus si è diffuso lungo le rotte commerciali e attraverso gli spostamenti forzati di popolazione in altre zone sanitarie. Le autorità stanno lavorando a ritmo serrato per circoscrivere le catene di trasmissione.
Contesto: il virus Ebola
Nonostante tutti gli sforzi, la situazione resta fragile, si legge dal centro operativo di crisi dell'OMS a Ginevra. È una corsa contro il tempo, poiché ogni catena di infezione non individuata aumenta il rischio di un'ulteriore diffusione. Le prossime settimane saranno decisive per capire se l'epidemia potrà essere contenuta o si estenderà ad altre aree.
Ebola, dal nome di un fiume nell'odierna Repubblica Democratica del Congo, è uno dei più pericolosi agenti patogeni conosciuti. La febbre emorragica virale risulta mortale, a seconda del sottotipo virale e delle cure disponibili, fino a nove casi su dieci. Il periodo di incubazione arriva fino a tre settimane, il che rende difficile il tracciamento dei contatti.
