L'Iran avverte sull'espansione geografica del conflitto se gli USA riprendono i raid
Teheran, 26 luglio 2026
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Summary
Il portavoce dell'esercito iraniano Amir Akraminia ha avvertito che Teheran allargherà geograficamente la zona di guerra se gli Stati Uniti riprenderanno i raid aerei, dopo una pausa di due notti negli attacchi americani. L'avvertimento arriva mentre Washington e Teheran proseguono colloqui che, secondo quanto riferito, stanno diventando più seri.
Teheran, 26 luglio 2026
Il portavoce dell'esercito iraniano Amir Akraminia ha minacciato di allargare geograficamente il conflitto con gli Stati Uniti se le forze americane riprenderanno i raid aerei, dopo che l'esercito americano ha sospeso gli attacchi per due notti consecutive e l'Iran ha a sua volta interrotto le proprie operazioni di ritorsione.
Intervenuto con la Mehr News Agency, Akraminia ha inquadrato l'attuale moderazione dell'Iran come risposta diretta alla decisione americana di interrompere la campagna di bombardamenti. Ha sostenuto che le operazioni militari iraniane sono mirate esclusivamente alla ritorsione e che la sospensione resterà in vigore solo finché durerà la pausa americana. Secondo il portavoce, l'esercito iraniano è pronto ad altri scenari, tra cui una vasta operazione aerea americana e un'offensiva terrestre USA, e ha predisposto strategie corrispondenti per un conflitto allargato.
Dalla Giordania al Golfo
Akraminia ha tracciato in termini ampi l'attuale quadro operativo, affermando che la zona di guerra si estende già dalla Giordania agli Stati che si affacciano sul Golfo Persico. Ha avvertito che qualsiasi nuova escalation americana, in particolare se Washington si lasciasse, a suo dire, di nuovo "in die Irre führen lasse" da Israele e "auf der Fortsetzung des Krieges beharrt", spingerebbe i combattimenti verso l'esterno. "Da unsere Strategie im Wesentlichen auf Vergeltung beruhte, haben auch wir unsere Vergeltungsmaßnahmen gestoppt", ha dichiarato Akraminia, invocando quella che ha definito la dottrina iraniana "Angriff für Angriff".
Una pausa dopo tredici notti
La pausa nei combattimenti segue tredici notti consecutive di raid americani. La CNN ha riferito che gli attacchi erano stati "auf Eis gelegt", formulazione che l'emittente ha attribuito alla sospensione. Il New York Times, citando due persone a conoscenza delle discussioni, ha riportato separatamente che Donald Trump aveva scelto per il momento di non dare seguito ai piani per intensificare gli attacchi contro l'Iran. Lo stesso giornale ha riferito inoltre che all'interno del governo americano c'è una preoccupazione significativa per le scorte in diminuzione di materiale militare, un vincolo che potrebbe condizionare la prossima fase delle operazioni.
Diplomazia, con riserve
Sul piano diplomatico, il quadro è più sfumato di quanto suggeriscano le minacce. Trump ha detto che Washington è in trattativa con Teheran e che la parte iraniana sta diventando "from day to day more serious" al tavolo negoziale. L'ambasciatore Mike Waltz ha detto domenica al programma della CBS News "Face the Nation" che il Presidente "giving the talks a little room, he is giving them a little time". Una fonte del governo americano ha aggiunto che Trump "has always made clear that he prefers diplomacy, but he has shown Iran what will happen if it does not come seriously to the negotiating table."
Waltz ha anche confermato che ulteriore capacità militare americana viene trasferita nella regione, uno sviluppo che sottolinea il divario tra le pause diplomatiche e il rafforzamento operativo sul terreno. L'inquadramento dell'ambasciatore, di fatto, considera la tregua come una finestra per i negoziati piuttosto che come una de-escalation. All'interno di parte del governo americano, tuttavia, resta lo scetticismo. Un insider ha detto ai giornalisti che "die vorherrschende Meinung ist, dass die Pause eher taktischer Natur und nicht ernst gemeint ist" — un segnale che la moderazione di Washington è vista in patria come provvisoria e non strategica.
Lo Stretto di Hormuz come leva
Funzionari iraniani hanno usato la stessa finestra per proiettare forza in un'altra parte del teatro. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, secondo l'agenzia Tasnim, ha dichiarato di stare esercitando il controllo su un'area di 240.000 chilometri quadrati che copre parti del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, una delle più importanti arterie mondiali per le spedizioni di petrolio e gas liquefatto. Il ministero competente aveva già consigliato, due settimane prima, di sospendere fino a nuovo avviso tutte le traversate e le altre "meeresbasierte Tätigkeiten", inclusi pesca e imbarcazioni da diporto, moto d'acqua e "alle anderen Seefahrzeuge."
Lo stretto in sé resta conteso. Teheran ha avvertito che qualsiasi tentativo dell'esercito americano di modificare la rotta delle imbarcazioni incontrerà "a determined response and warning shots". La minaccia è significativa perché la via d'acqua gestisce una quota consistente delle esportazioni mondiali di greggio; anche un'interruzione parziale di solito muove i mercati energetici. I combattimenti più a ovest hanno aggiunto elementi al quadro: si sono verificati anche scontri tra la milizia yemenita Houthi e l'Arabia Saudita, e Akraminia ha sottolineato con intenzione che gli Stati Uniti potrebbero affrontare conseguenze "similar to attacks carried out by Yemen's Houthi militia on ships in the Red Sea".
La dimensione Houthi
Gli Houthi sono stati essi stessi un persistente fattore di pressione. I loro attacchi al commercio marittimo nel Mar Rosso hanno deviato il traffico mondiale, alzato i costi assicurativi e coinvolto asset navali occidentali. L'evocazione iraniana del playbook Houthi è un promemoria del fatto che la rete di partner di Teheran si estende ben oltre i propri confini, e che qualsiasi decisione americana di riprendere i raid sarà valutata non solo per il suo effetto diretto ma per la pressione indiretta che potrebbe creare sulle rotte marittime usate da Iran, alleati e avversari.
Munizioni e il calcolo a Washington
Sul fronte americano, la preoccupazione riferita sulle scorte di munizioni ha conseguenze politiche oltre che operative. Una campagna aerea prolungata contro un Paese grande come l'Iran, con siti fortificati dispersi tra montagne e deserti, richiederebbe frequenze di missione sostenute e munizioni di precisione in volumi che il New York Times suggerisce essere ora sotto pressione. Quel calcolo è una delle variabili che i funzionari americani sembrano valutare mentre decidono se trattare la pausa come un passo verso un accordo o come un momento di respiro prima di un'intensificazione.
La posizione dell'Iran, come Akraminia l'ha riformulata, resta transazionale: "Angriff für Angriff" — se gli attacchi si fermano, le operazioni iraniane si fermano. Il corollario, che ha sottolineato, è che in assenza di un accordo "wird es aber ein 'weitaus höheres Niveau' der Angriffe geben." La minaccia viene pronunciata pubblicamente, in outlet in lingua tedesca e inglese oltre che in persiano, in un modo pensato per lasciare poca ambiguità su ciò che Teheran considera il costo di un errore di calcolo a Washington.
Per ora, entrambe le parti sembrano usare in modo diverso la stessa finestra di due giorni. Washington sta parlando e riposizionando le forze; Teheran sta parlando, demarcando un'ampia zona marittima e segnalando che la geografia del conflitto, e non solo la sua intensità, è sul tavolo. Il risultato è un equilibrio fragile in cui una sola ripresa dei raid americani, o un solo attacco di stile Houthi al traffico marittimo, potrebbe azzerare il cronometro e produrre una guerra più ampia a condizioni che nessuna delle due capitali ha delineato pubblicamente.
I prossimi giorni saranno probabilmente misurati non in titoli su avanzamenti sul campo di battaglia ma in segnali più discret
L'Iran minaccia di allargare la guerra se gli USA | quotidiano360