Sonny Rollins morto a 95 anni: addio al Saxophone Colossus | quotidiano360
Addio a Sonny Rollins, il "Saxophone Colossus" del jazz si è spento a 95 anni
WOODSTOCK (NEW YORK) – Il leggendario sassofonista Sonny Rollins, considerato uno dei più grandi improvvisatori nella storia del jazz, è morto all'età di 95 anni nella sua casa di Woodstock, nello stato di New York.
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Summary
Il sassofonista jazz Sonny Rollins, soprannominato il "Saxophone Colossus", è morto a 95 anni nella sua casa di Woodstock, New York. L'annuncio è stato dato sulla sua pagina Facebook ufficiale, confermando la scomparsa di uno dei più influenti musicisti del XX secolo.
WOODSTOCK (NEW YORK) – Il leggendario sassofonista Sonny Rollins, considerato uno dei più grandi improvvisatori nella storia del jazz, è morto all'età di 95 anni nella sua casa di Woodstock, nello stato di New York.
La notizia della scomparsa di Theodore Walter "Sonny" Rollins, avvenuta lunedì all'età di 95 anni nella sua residenza di Woodstock, nello stato di New York, è stata confermata dalla sua agente Terri Hinte attraverso una dichiarazione diffusa dai media statunitensi e da un post sulla pagina Facebook ufficiale dell'artista. "Con profonda tristezza e amore infinito annunciamo la scomparsa di Sonny Rollins", si legge nel comunicato pubblicato sul sito del musicista di fama mondiale.
Rollins, nato nel 1930 nel quartiere newyorkese di Harlem da genitori originari delle Isole Vergini, era universalmente riconosciuto come il "Saxophone Colossus", soprannome che divenne anche il titolo del suo album più celebre, pubblicato nel 1956. Il trombettista Miles Davis, che Rollins accompagnò nei suoi primi anni di carriera in diversi gruppi, lo definì "il più grande sassofonista tenore di tutti i tempi".
Un suono inconfondibile che ha segnato un'epoca
Con il suo tono inconfondibile — pieno, robusto, ruvido, ma allo stesso tempo sottile e ricco di sfumature — Rollins si impose nel panorama jazzistico come una figura senza pari. La sua capacità di spaziare da un fraseggio sanguigno e potente a un sussurro arioso e ricco di armonici lo rese un interprete unico, capace di estrarre, come scrisse all'epoca il Jazz Journal, "l'ultima oncia di significato da una particolare frase tratta dalla melodia della canzone".
La sua discografia include pietre miliari come "Oleo", "Doxy" e "St. Thomas", brani che hanno definito il vocabolario del jazz moderno. L'album "Saxophone Colossus" del 1956, registrato quando Rollins aveva solo 25 anni, lo vide al fianco del batterista Max Roach, del bassista Doug Watkins e del pianista Tommy Flanagan in una sessione che sarebbe entrata nella storia. Il repertorio includeva anche "You Don't Know What Love Is", uno standard in cui Rollins si dimostrò uno dei più grandi interpreti di ballad dopo Coleman Hawkins.
La critica fu unanime nel riconoscere la classicità senza tempo del suo modo di suonare il sassofono e la presenza senza tempo della sua arte improvvisativa. Il suo linguaggio musicale appariva così personale e inconfondibile da ispirare e influenzare generazioni di musicisti, senza tuttavia creare una vera e propria scuola, tanto era legato alla sua individualità artistica.
Dagli esordi ad Harlem al ponte di Williamsburg
La passione per la musica esplose quando Rollins aveva 16 anni e scoprì il jazz, passando al sassofono tenore. In un'intervista del 2017 alla radio NPR, Rollins ricordò i suoi inizi con lo strumento che lo avrebbe reso celebre: "Quando mia madre mi diede un sassofono, era il periodo della Grande Depressione", raccontò. "Ci volle un po' per convincerla che volevo davvero suonare. Avevo questo strumento — andavo nella mia stanza, chiudevo la porta ed ero in paradiso".
Il suo talento esplose rapidamente: già nel 1949, a soli 19 anni, era in studio di registrazione con il cantante jazz Babs Gonzales. La fama del suo genio si diffuse così velocemente che il giovane Rollins si trovò subito a suonare con tutti i musicisti jazz più influenti di quegli anni. Tuttavia, il successo portò con sé anche momenti difficili: Rollins lottò contro la dipendenza dall'eroina, dalla quale riuscì a liberarsi autonomamente nel 1956, anno che segnò l'inizio del suo periodo più creativo con la pubblicazione di album fondamentali come "Saxophone Colossus", "Way Out West" (1957) e "Freedom Suite" (1958).
Proprio "Freedom Suite" rappresentò un momento di svolta: con questo album Rollins si schierò solidalmente con il movimento per i diritti civili, in un'epoca in cui la connotazione politica del jazz era fortemente controversa. L'etichetta Riverside arrivò persino a modificare temporaneamente il titolo dell'album a causa delle pressioni. Caratteristica della vita musicale di Rollins furono le numerose cesure e pause, durante le quali interrompeva la routine dei concerti e delle registrazioni. L'autodidatta musicale diffidava del proprio talento e rimase sempre scettico verso se stesso, come confessò in un'intervista del 2007 alla NZZ: "Per la maggior parte del tempo guardo al mio modo di suonare in modo autocritico".
Il ritiro sul ponte e la rinascita artistica
Il periodo più emblematico di questa ricerca interiore fu la pausa tra il 1959 e il 1961, quando Rollins, insoddisfatto del proprio modo di suonare, iniziò a esercitarsi regolarmente sulla passerella pedonale del Williamsburg Bridge di New York. "Ciò che mi ha spinto a ritirarmi e ad andare sul ponte è stato ciò che provavo riguardo al mio modo di suonare", spiegò Rollins al quotidiano Guardian nel 2022. "Sapevo di essere insoddisfatto".
Per oltre due anni, spesso per 14 o 15 ore al giorno, il sassofonista si esercitò in solitudine su quel ponte spazzato dal vento, lontano dai vicini che avrebbe potuto disturbare. Da questa esperienza di isolamento e dedizione assoluta nacque un altro capolavoro: l'album "The Bridge" del 1962, che segnò il suo ritorno trionfale sulle scene e diede inizio a una nuova fase della sua carriera.
Dopo il suo secondo grande ritorno negli anni Settanta, Rollins riuscì in ciò che a pochi jazzisti della sua generazione fu concesso: la sua stella non tramontò, anzi, continuò a brillare sempre più intensamente. La sua capacità di reinventarsi e di mantenere una rilevanza artistica attraverso i decenni lo rese una figura unica nel panorama musicale.
L'eredità di un gigante: dal Grammy all'11 settembre
Gli ultimi decenni della sua vita furono segnati da eventi drammatici che trovarono espressione nella sua musica. Dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001, Rollins fu evacuato dal suo appartamento a Downtown Manhattan. Sotto l'impressione di quegli eventi, registrò l'album "Without a Song: The 9/11 Concert", che gli valse un Grammy Award nel 2006.
Nel 2004 subì un altro duro colpo con la morte della moglie Lucille, che era stata la sua risoluta manager, occupandosi dei contratti discografici e dell'organizzazione dei concerti. Nonostante le perdite personali, Rollins continuò a esibirsi regolarmente fino al 2012, quando si ritirò definitivamente dalle scene.
La sua filosofia musicale e di vita rimase sempre intrisa di una profonda spiritualità. Nella dichiarazione diffusa dopo la sua morte, la sua agente Terri Hinte ha citato le parole dello stesso Rollins: "Appartengo a quelle persone che credono che questa vita non sia tutto". Una convinzione che rifletteva il suo approccio alla musica come esperienza trascendente: "Bisogna essere passivi, stare lì con il proprio strumento e lasciare che la musica si suoni da sola".
Questions & Answers
Chi era Sonny Rollins e perché veniva chiamato "Saxophone Colossus"?